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I sanvitesi ed il mare (6)

Casella di testo: Foto 8 - Florindo di Cintio (1875-1963), detto “di Turchinje” dal padre Luigi (1835) ed in primo piano l’aiutante Guglielmo Palermo (1895) sul Trabocco Turchino.
È evidente come la conformazione del litorale locale favoriva questa tipologia particolare di pesca. Il trabocco non può non sorgere che su una costa che presenta scogliere o piccoli capi elevati sul mare o almeno una baia rocciosa che permetta l’impianto di quel fantastico groviglio di travi che sembra sfidare le leggi della fisica come la sciabica[1], ad esempio, è una caratteristica essenziale della costa a nord di Ortona dove essa risulta piatta.

Agli inizi del secolo San Vito tra quelli improvvisati e trabocchi degni di tal nome se ne contavano, come abbiamo detto, 13 rispetto ai quattro di Ortona e Vasto non considerando i 22 di Pescara collocati quasi interamente sul fiume e corrispondenti più alle “bilance” che ai trabocchi.

All’aumento della flotta per la pesca corrispondeva, dall’altro lato, una diminuzione dei traffici commerciali: nel 1907 giunsero al porto di S. Vito 47 velieri per un totale di 588 tonnellate di merci scaricate e 97 caricate, nel 1911 i velieri furono 39 e due anni dopo solo 15 con 416 tonnellate di merci in entrata e solo 40 in uscita.

La costante diminuzione del traffico marittimo riportò ancora una volta a galla la necessità della costruzione almeno di un pontile di appoggio e di una boa di ormeggio. L’amministrazione comunale dell’epoca riteneva che fosse “ l’attrezzatura che lo Stato dovrebbe dare ad ogni spiaggia per raccogliere i modesti benefici derivanti dal piccolo traffico di cabotaggio. Oltre ad avvantaggiarsi di tale sistema di scarico i velieri che frequentano la rada, potrebbero essere scaricati i galleggianti provenienti dalla vicina Ortona per tutte quelle merci che, dirette a Lanciano, non trovano convenienza a seguire il percorso in ferrovia tanto più che la ferrovia dista dalla città.

Casella di testo: Foto 9 - La Borgata Marina nel 1915 prima della costruzione del molo.
Nel 1907 fu pubblicata la legge portuale ed il comune di S. Vito richiese, in base all’art. 14, un’opera marittima che inizialmente doveva servire da freno all’erosione della costa ma essa venne ampliata in tempi successivi fino ad avere caratteristiche tali da poter essere utilizzata, per effetto di un Regio Decreto della Luogotenenza del 1917,  per la costruzione di un approdo e, sulla base di una legge del 1921 per combattere la disoccupazione, ottenere finanziamenti per complessive £ 500.000.

La prima tranche del finanziamento fu di £ 82.000 ed i lavori furono affidati alla ditta Tenaglia. La prima pietra fu posta il 26 agosto del 1918 ed alla cerimonia prese parte Tommaso Nobile che nel suo discorso ufficiale ricordò come “altro porto sorse su questa spiaggia, sorse ai tempi di Roma, dalla parte sinistra della foce, sorse questo antichissimo porto, quando i Romani ebbero spazzato l’Adriatico dai predoni del Quarnaro[2], avanti le guerre puniche, per farne la propria base ai fini della conquista del Mediterraneo, che si affermò colla distruzione della rivale Cartagine[3]


[1] Utilizzata fin dal 1600, la sciabica deriva dal termine arabo “shabak” che significa rete. Era una rete a strascico dotata di un sacco lungo fino a 10 metri. Col termine sciabica si indicava sia la rete sia la barca usata per calarla in mare. Da non confondere le “sciabiche” con gli “sciabecchi” napoletani la cui costruzione risale alla metà del 1700 e furono impiegati principalmente a livello militare e successivamente come nave da carico. 

[2] Il Quarnaro o Quernaro è in quella parte dell’Adriatico situata tra l’Istria e la Dalmazia anticamente conosciuta come Illiria e famosa per i suoi pirati.

[3] Marino-Renzetti pag 24. Il porto di S. Vito all’epoca aveva certamente la sua importanza ma sembra esagerato, se prendiamo alla lettera quanto pronunciato dal Nobile, porlo come caposaldo dell’esercito romano.