Libreria di quadri d'autore

  “Sovrapposizioni”, la parola a un certo punto è venuta da sola e ha continuato a farsi titolo di tutte le pagine che mi mostrava. Erano tele, tavole di legno, lamelle di ogni genere di materiale, diventate pagine scritte con colori e altri materiali in sovrapposizione, che fossero plastica, foto, disegni o testi. Mi ha ricordato Dalì per la perfezione di quel cavatappi disegnato con tanta maestria, sfido chiunque a dirmi che non è così. Ha sfogliato quelle pagine di tele ad una ad una. Erano sistemate come in uno scaffale, in verticale, ne prendeva una e raccontava, ne prendeva un’altra e raccontava, alla fine ci siamo ritrovati circondati da quei colori e lavori. Tutt’intorno il garage era un cerchio di colori, tutti gli altri oggetti mobili, vespa, bicicletta … erano scomparsi. Indossava una maglietta gialla che pareva dipinta a schegge di colori. Ce ne ho messo a capire che solo perché imbrattata di pennellate sfuggite alle tele e rimbalzate su di lui. Se ne è fatto scherno, ma compiaciuto. Fa egli stesso parte dei suoi lavori. La indossa con l’eleganza longilinea dei suoi gesti essenziali, precisi, com’è la sua voce, tagliente, che arriva a sovrapporsi ad ogni evento della storia del paese. Mi ha detto che conserva tutti i manifesti delle competizioni elettorali. A un certo punto ecco che mi mostra le “pagine di tele” del capitolo delle Contrapposizioni, il garage ormai è un libro. Ne sistema i fogli a uno a uno, in cerchio, quello che raffigura il “cielo” e la “terra”, l’altro il “nord” e il “sud”, poi la “dicci” e il “picci” … sono dieci, deve continuare. Penso di chiamarle ancora “sovrapposizioni” e non perché sono diversi i materiali, piuttosto sono i concetti che scompone e sovrappone in quegli elementi che prendono forma, mettendo insieme la natura e la storia, la vita e la sua amministrazione. Tonino Cicchetti è un artista.

   Nel suo studio, in campagna, c’è una scritta “la felicità è uno stile di vita”. Un artista è tale per lo stile dell’opera e lo è ancora di più quando fa della sua stessa vita un’opera, creando forme dagli incontri, dando parola alle cose che trova come a quel sasso “intriccicato” che ha sovrapposto a un altro ciottolo che gli fa da piedistallo. È venuto lavorato dalle onde nella figura che, mi dice, racconta di un uomo che prega, raggomitolato in quel gesto di nascita e di raccoglimento. Poi ecco che mi mostra quella tavola di legno, che tanto stupore aveva suscitato in Vittorio Sgarbi alla mostra tenuta a Perugia. Quella tavola di legno massiccio è stata un tempo il pezzo di una porta che resiste solida al tempo. Gli ha sovrapposto uno scarto di tastiera da computer per far capire che la tecnologia non dura quanto quel masso di legno. A rendere più chiara la sua idea è la venatura di colore bianco che attraversa l’intera tavola assumendo la figura di un pinocchio, col naso che si allunga e angola verso l’alto in direzione del pezzo di tastiera per far capire come sia una bugia il valore della tecnologia.

   Pinocchio ritorna ancora con il suo naso quando le sovrapposizioni “materiali” sono quelle dei “santini” elettorali con le promesse fatte negli anni da ogni nuova amministrazione, dispensando favori e sollevando malumori. Tonino dice apertamente quello che in tanti ripetono in silenzio. Siamo una comunità che fa fatica a diventare una società comune. Le alleanze e le discordie non finiscono mai, mentre il paese si prosciuga, calando verso il mare come la strada alla marina. È così bella San Vito, fatta di tante sovrapposizione che si fanno pagine del libro della sua storia. Accade però che quando un paese perde la sua memoria c’è chi ne cerca una di un’origine che non c’è mai stata o che è di altri luoghi, prendendone a prestito le manifestazioni. Sempre quando si perde la memoria diventa incerto il futuro e vano il presente. La memoria non è però statica, è generativa, viene con gli anni dei volti e delle voci che si sovrappongono. È una tensione continua tra ciò che viene e ciò che è andato via, è la generazione ad accordarli nella somiglianza. Chi è di San Vito lo puoi riconoscere anche se lo incontri tra tanti in un paese lontano.

   Tonino fa parte di quelli che non tengono a freno quel sentimento che San Vito mette nell’animo di ognuno. Loro non lo trattengono, sono i pittori, gli scrittori, gli scultori, i fotografi. San Vito merita un “museo dell’intimità”, come quello che Pamuck descrive nel suo romanzo come “il museo dell’innocenza”. Lo immagino come un museo di registrazioni di voci, d’immagini, di foto, di manufatti, di pagine di libri, di musica e filmati. In fondo accade che si appartiene ad un luogo quando si conoscono le storie e le persone che sono andate via che hanno trovato posto nell’animo di chi ne porta celato il ricordo. Chi arriva non li ha conosciuti, non sa, ma chi resta conserva nel silenzio il segreto dell’appartenenza. A un certo punto non sai più se il paese ti appartiene o sei tu che appartieni al paese, perché come per l’amore non si può sapere se appartieni a chi ami o se chi ama ti appartiene. Non dimenticherò mai la biblioteca d’opere di Tonino, quella del garage sotto casa dove abita ora. Chi vi entra trova tele e tavole ben ordinate come i libri nello scaffale. Tonino le prende ad una ad una, le sfoglia come pagine di un solo libro quello della San Vito Interiore. Mi ha portato poi dove abitava coi genitori e dove adesso è il suo laboratorio, ci sto riflettendo mentre scrivo di come il suo laboratorio sia là dove ha elaborato il proprio animo di bambino con le voci delle storie dei vicini, dei giorni di Natale, dei binari della Sangritana, ora lasciati all’abbandono e all’incuria di chi devasta con diserbanti la campagna intorno. Mi racconta delle persuasioni del padre Serafino, della mamma, delle sue sorelle, dei palloni sequestrati con rancore dal vicino che non aveva avuto figli, mi parla dei giovani macedoni che vivono in quella via. La casa è il laboratorio dell’infanzia. Tonino ci ritorna come all’isola del suo tempo, ci viene per lavorare pieno di colori e sculture. Mi ha fatto toccare una pietra della Maiella dopo averla bagnata, facendomi sentire come fosse del tutto asciutta, come se l’acqua non ci fosse mai arrivata. La pioggia non bagna l’acqua, ho pensato di rimando. La pietra della Maiella è liscia, bianca, alle mani si sente come un velo. Non per nulla si chiama Maiella. Tonino quel “velo di Maia” lo scosta, ne fa vedere i volti che nasconde, li accarezza e li libera con le sue mani. Un artista è così, vede quello che non si vede. I pittori e gli scultori vedono per sovrapposizioni. Vedono quello che si nasconde dentro quello che si vede. Ti fanno guardare dentro le cose come se fossero serrature della vita che lasciano scrutare l’intimità che vi è nascosta. “Idea” in greco è la “vista”, è quello che si vede e si sa per “averlo visto”. È come quando uno ti dice “l’ho visto” e l’altro ti chiede di spiegarlo, di fargli vedere. Le idee sono così. Sono quello che vediamo interiormente. Gli artisti come Tonino vedono presentarsi per un momento quello che poi raccontano in un’opera. Gli artisti come Tornino lasciano vettovaglie di memorie, figurano l’immaginazione, permettono di vedere quello che non si vede se non con l’animo, acceso, infervorato, sereno, ridente, felice anche quando è triste. La parola latina “opera” è rimasta come intatta nel suo significato. “Opera” erano, e sono, le “cose necessarie per sostenersi”, ciò di cui non si può fare a meno per sostenere la propria vita, il progetto di una comunità, la storia di un paese, l’idea di una società comune.

   Sono rimasto come avvolto entrando nel laboratorio di Tonino. Le scritte alle pareti mi ricordano quelle della mia stanza negli anni del liceo. Leggo in alto le sua frase: «Il peccato più grave è non cercare di essere felici. Ridi sempre, ridi, fatti credere pazzo, ma mai triste»; «La felicità deve essere uno stile di vita».

Pino Ferraro

 

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