La società contadina

   In questo periodo di forzata chiusura in casa mi sono messo a riordinare le vecchie copie de "La Ginestra" e leggendo casualmente una di esse ho trovato delle considerazioni sulla società contadina di un tempo, un mondo ormai scomparso.

   Purtroppo il pezzo non era firmato, ma ritengo che la sua pubblicazione possa essere attribuito al compianto prof. Antonio Fantini. Penso di far cosa gradita ai visitatori di questo sito nel riproporlo integralmente.

   I vecchi contadini di una volta: uomini veri, coraggiosi, sovrani! Ultimi eredi di antiche dinastie. Erano dei personaggi. Patriarchi dalla barba incolta e dalle mani callose, che stillavano saggezza da ogni parola. Della terra, sapevano tutto; la conoscevano a memoria! E, con la terra, conoscevano la pioggia, i cambi di stagione, i giorni della semina e quelli del raccolto.

   Di fronte alle disgrazie, alle carestie, alla sfortuna, sembravano dei rassegnati, quasi dei vinti. Erano invece dei consapevoli: sia della grandezza dell'uomo sia della sua pochezza rispetto alle dimensioni dell'ineluttabile.

   Illetterati, usavano la penna solo per dei segni di croce, da apporre davanti a un notaio o ad un prete o al sindaco del paese. Contadini dalle scarpe grosse e dai passi lenti e sicuri, capaci di far festa con niente: un bicchiere di vino, un pugno di ceci, una fetta di pane, un grappolo d'uva, una mela, una pera, quattro olive, un suono d'organetto, una fischiata, una cantata.

   Invecchiavano presto, ma restavano giovani; giovani dentro fino alla fine. E non morivano. Perché impegnati com'erano a lavorare la terra, non perdevano tempo a pensare a delle sciocchezze come la morte. Per loro il trapasso non c'era, perché essendo in simbiosi con la terra rimanevano dov'erano e... com'erano!